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22 | 02 | 2012
 
 
 
 
 
 
 
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Abstract: quella valigia di emigrante
... Adoravo quel vecchio baule impolverato, abbandonato in un angolo della soffitta, - è mio - andavo ripentendo ad ogni minaccia di eliminazione.
Grande, alto più di un metro, fatto di legno ma rivestito di latta, con piccoli decori a forma di fiore e di rombo sulla sommità arrotondata. Tre chiusure, di cui una dotata di serratura, vecchi manici in cuoio per ciascun lato, rotelle per facilitarne lo spostamento.
Quel vecchio baule, internamente rivestito di carta da parati a pallini verdi e gialli, era appartenuto a zia Carmosina, una zia di mio nonno materno che, vedova e senza figli, aveva vissuto con i miei nonni. Quel baule era la sua cascia, ovvero il mobile ove la zia riponeva il corredo e le proprie cose personali. E io me la ricordo zia Carmosina, nella mia mente posso rivederla lì, seduta sulla panca di legno posta al lato destro della porta della cucina, proprio sulla strada di ingresso di quel piccolo mondo che era per me Arcella, la casa dei miei nonni. Ormai quasi venti anni fa, non aveva denti, capelli grigi, lunghi, raccolti con grossi fermagli marroni, una vesta blu e un’aria nel complesso elegante, da persona che ha avuto una posizione ben definita nella comunità.
È d’uso che la donna abbia una cassa in legno ove riporre la biancheria. E forse fu la consuetudine di siffatto costume ad offuscare quella che era la vera natura di quel vecchio baule, la cui forma era in verità alquanto poco consueta.
V’era all’interno, sulla carta a pallini verdi e gialli, un’immagine raffigurante una bambina dai capelli castano chiaro, poggiati in morbidi boccoli sulle spalle di una divisa da marinaio e con in braccio un gatto grigio. Chi era, perché e chi l’avesse attaccata all’interno della cassa erano domande che stuzzicavano la mia ingordigia di un misterioso passato. E poi quale bizzarra coincidenza che quella bambina avesse i miei stessi capelli e che io amassi tanto proprio i gatti.
Quando venne il tempo di trasferirmi, sopraggiunse anche il tempo di chiamare un restauratore a dare un’occhiata a quel vecchio cimelio di famiglia. Pertanto, forse senza il dovuto rispetto, con fatica, il baule fu spostato dall’angolo buio della mia soffitta al centro, proprio di fronte alla finestra, ciò affinché l’artigiano potesse ben valutare il lavoro da compiere.
E fu allora che l’origine di quel baule mi venne svelata.
Sul lato sinistro vi era attaccata una carta, abbastanza grande e ingiallita dal tempo, ma sulla quale emergeva ancora leggibile la scritta:
Effetti emigrati. NAPOLI

Quel baule che la zia utilizzava come cassa era in realtà una sorta di antica valigia utilizzata probabilmente dal marito, emigrato in America, per trasportare i propri effetti nel lungo viaggio di ritorno a casa su un grosso transatlantico ricolmo di emigrati diretto a Napoli.
Quel baule che tanto mi aveva chiamato, che da lungo tempo mi aveva scelto, che alla morte del suo padrone mi aveva rincorso e sedotto.
In accordo con la sorte e alle spalle della mia vita l’inganno andava compiendosi: quella valigia di emigrante ora mi apparteneva.